Aldo Rossi e la Città Analoga

“Quest’opera non è la spiegazione della città analoga anche perchè non crediamo che esistano spiegazioni”[1]. Con questa affermazione Rossi vuole mettere in guardia chi crede di poter apprendere la sua lezione sulla città analoga ed indagarne i significati considerando la tavola, presentata alla Biennale di Venezia del 1976, come opera definitiva riguardo al tema che sta sviluppando dal finire degli anni ’60 e che sarà al centro delle sue teorie in maniera esplicita fino alla soglia degli anni ’80, ma che, in ogni caso, sarà presente lungo tutto l’arco della sua vita di architetto e intellettuale. Del resto  la “Autobiografia scientifica” e il continuo lavoro intimistico de “I quaderni azzurri” dimostrano come il procedimento analogico sia l’idea fissa e il punto di partenza di ogni ragionamento (sia progettuale che teorico e, in qualche modo, anche letterario) dell’architetto milanese; questi scritti, in cui la componente personale è predominante, sono il campo ideale per tali ragionamenti, ma anche in testi più canonici che si pongono in forma di trattato e di saggio vi sono dei continui riferimenti, pur se velati, all’idea di città.
Certo è che questa tavola è uno dei pochi lavori in cui esplicitamente, fin dal titolo, si fa riferimento a questa ossessione e pone  l’accento su un un periodo e un luogo ben preciso, ma si presenta anche come unica opera di sintesi sulla città analoga.
I temi da indagare per l’analisi di questo lavoro sono due: da un lato l’insegnamento di Rossi al Politecnico Federale di Zurigo dal 1972 al 1975 e l’incontro con alcuni architetti ticinesi (coautori della tavola), e dall’altro il profondo autobiografismo che qui per la prima volta viene esposto senza pudore e che segnerà la successiva opera rossiana e non solo.

Siamo nel 1972 e su Rossi, come su tutto il consiglio della facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, è in atto un indagine del ministero della pubblica istruzione riguardo ai metodi didattici utilizzati, sulla scia del ’68, e per questo motivo molti docenti sono interdetti dall’insegnamento. Per questa ragione,nello stesso anno, Rossi viene invitato, non senza difficoltà, da Fabio Reinhart e Bruno Reichlin a Zurigo a tenere prima una lezione sui suoi lavori e poi come  professore esterno per due, che diventeranno tre, anni. Negli anni dell’insegnamento a Zurigo Rossi introduce le nozioni di analisi morfologica e tipologica in una Svizzera ancora dominata da professionisti modernisti che ai dubbi metodologici rispondevano un po’ sarcasticamente “se ti interroghi sul camminare, è la volta che caschi”[2]. Le analisi vengono condotte prima sugli insediamenti operai realizzati negli anni ’20 e ’30,  poi sulla città di Zurigo compresa tra le mura barocche ed infine sugli insediamenti del Canton Ticino. Proprio quest’ultima è alla base del collage del 1976: questo lavoro collettivo che “si interroga […] sul significato che la casa, il villaggio, il territorio, hanno dentro l’esperienza dell’architettura”[3] è infatti lo sfondo su cui si costruisce il montaggio autobiografico. Il Canton Ticino è un campo fertile per le riflessioni rossiane e permette all’architetto di rincontrare  territori  a lui molto cari quale l’alta Lombardia e il Lago Maggiore in cui si confondono la memoria e la vita privata, così forti da definire una patria: “Evidentemente in questa tavola sono indicati alcuni aspetti della memoria, di una memoria circoscritta ad un territorio, o meglio ad una patria (l’alta Lombardia, il Lago Maggiore, il Canton Ticino) con i suoi emblemi.[… ] E’ certo che una discreta vita privata percorre i luoghi e dà un senso all’architettura: è forse proprio solo in questo risiede l’umanità dell’architettura”[4]. Il sottotitolo dell’opera potrebbe così essere la mia patria  poiché, da un lavoro nato collettivo, si passa a una espressione di autobiografismo sfrenato, a cui probabilmente l’architetto non aveva pensato ma che, sicuramente, ad opera conclusa colse anche lui con una certa soddisfazione, tale da segnare la sua carriera e vita. Così le ossessioni rossiane sono sovrapposte alla morfologia e agli insediamenti del ticinese e indicate dall’inquietante indice del Davide, opera di Tanzio da Varallo, pittore della controriforma borromiana, di cui l’autore sente la discendenza: il neoclassicismo lombardo con il monumento al Moncenisio del Pistocchi, la ricostruzione di Cesare Cesariano della città vitruviana, la pianta imperiale del Piranesi, i tracciati romani delle città di Como e Pavia nelle quali si confondono infiniti piccoli inserimenti (evidente l’inserimento di San Carlo alle quattro fontane di Borromini e la lecorbuseriana chiesa di Rochamp), l’architettura classica con la trabeazione del Partenone, i tracciati a china di boschi dove si potrebbe incontrare il monumento funebre di Adolf Loos, il sentiero a meandro della casa di Charlottenhof di Schinkel. Sovrapposti a questi si impongono i progetti di Rossi più emblematici e più cari all’architetto: il quartiere di San Rocco a Monza, con il richiamo ai tracciati romani, la Piazza di Segrate con il suo procedimento additivo[5], stato embrionale di quello analogico, le immagini osteologiche del cimitero di Modena e del quartiere Gallaratese, i progetti ticinesi quali la porta per Bellinzona, le case unifamiliari a Brioni e la villa a Borgo Ticino e il concorso per il palazzo della regione a Trieste con le sue coperture che richiamano il Lichthof dell’università di Zurigo.
Dopo questo lavoro, che si data emblematicamente a metà della vita di Rossi, il suo lavoro e la sua carriera non saranno più le stesse; la sua fama inizierà a varcare i confini italiani e con  un  importante viaggio negli Stati Uniti si libererà del rigore della scuola milanese e della sua stessa Tendenza,  volontà che sembrava già espressa graficamente dalla cascata dei solidi platonici nella tavola del 1976. L’architetto neorazionalista e dalla educazione realista[6] proseguirà la sua vita su vie che giustamente Carlos Martì Aris ha definito surrealiste, trovando nel collage “un tentativo di allestire una scena architettonica nella quale si sopprime l’egemonia del conscio e si introducono, invece, le enigmatiche regole del caso”[7]. Manfredo Tafuri sulle pagine di «Lotus»[8] del 1976 a riguardo della città analoga aveva fatto qualcosa di simile, definendola, parafrasando una frase manifesto del surrealismo, “Cecì n’est passe  une ville”, ma compiendo l’errore di considerare il procedimento analogico come un gioco puramente intellettuale.

Gabriele Scotti

1- A.Rossi, La città analoga, tavola in «Lotus», n.13, 1976,  pp. 4-7.
2- F. Reinhart, Architettura della coerenza, CLUEB, Bologna 2007, p.184
3- D. Vitale, Introduzione in A. Rossi, La costruzione del territorio, uno studio sul Canton Ticino, CLUP, Milano 1986, p.5
4- A. Rossi, ibidem.
5- E. Bonfanti, Elementi della cosrtruzione di Aldo Rossi in «Controspazio», n.10, 1970, pp.19-28.
6- A. Rossi, Une éducation réaliste in «Archithese», n. 19, 1977, pp. 25-28.
7- C.Martí Arís, “L’impronta surrealista nell’opera di Aldo Rossi” in La centina e l’arco,Marinotti, Milano 2007, pp.134.
8- M. Tafuri, Cecì ne past in ville in «Lotus», n.13, 1976, pp. 8-10.

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2 commenti

Archiviato in Analogismi, Gabriele Scotti

2 risposte a “Aldo Rossi e la Città Analoga

  1. Pier

    ciao,
    ho letto solo questo articolo e mi ha colpito.
    dopo averlo letto mi sembra di essere rimasto ancora nella mia condizione di lobotomizzato.
    ok, sono d’accordo se volete condividere basi di composizione architettonica e se considerate la vostra condizione di studenti che non le ricevono, ma perché non parlare invece di temi attuali: di nuove proposte, di architettura fresca che si confronta con le problematiche di oggi e del futuro. non di un’architettura che si basa su principi che si riferiscono ad un periodo storico ed estrapolati fuori da un contesto che differisce dal nostro.

    quello che voglio dire è questo: studiate queste nozioni, sono importanti per capire il percorso architettonico dal dopoguerra ad oggi e capire la situazione a cui siamo giunti, ma dite anche quello che pensate voi. Fate critiche, mettete in campo nuove idee.
    Altrimenti credo proprio che in pochi commenteranno i vostri articoli e il vostro sforzo sarà in gran parte vano.

  2. pietro

    Ciao, ho trovato molto interessante l’articolo. Vorrei chiedervi se potete indicarmi qualche fonte a proposito dell’indagine del ministero sulla didattica di Rossi e altri professori e sul loro conseguente allontanamento dal Politecnico

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