Dovevo avere allora dodici anni, tredici al massimo. Mio padre mi aveva portato con sé a Urnekloster. Non so che cosa lo inducesse a far visita al suocero. I due uomini non si erano visti per anni, dalla morte di mia madre, e neppure mio padre era mai stato nell’antico castello in cui il conte Brahe s’era ritirato solo tardi. In seguito non ho mai più rivisto quella dimora singolare, che dopo la morte del nonno passò in mani estranee. Così come la ritrovo nel ricordo, rielaborato, d’infanzia, non è un edificio; in me è tutta a pezzi; s’è conservata qui una stanza, e poi un pezzo di corridoio che non collega quelle stanze ma se ne sta da solo, frammento. In questo modo tutto è sparso in me, le stanze, le scalinate che s’aprivano con tanta solennità, e altre scale strette a chiocciola, nella cui oscurità si andava come il sangue nelle vene; le stanze della torre, i balconi sospesi in alto, le altezze inaspettate, sulle quali si era spinti fuori da una piccola porta.: tutto ciò è ancora in me e non cesserà di essere in me. E’ come se l’immagine di quella casa fosse precipitata dentro di me da un’immensa altezza, frantumandosi sul fondo di me.
da I quaderni di Malte Laurids Brigge, Rainer Maria Rilke















