Rilke & Rossi

Dovevo avere allora dodici anni, tredici al massimo. Mio padre mi aveva portato con sé a Urnekloster. Non so che cosa lo inducesse a far visita al suocero. I due uomini non si erano visti per anni, dalla morte di mia madre, e neppure mio padre era mai stato nell’antico castello in cui il conte Brahe s’era ritirato solo tardi. In seguito non ho mai più rivisto quella dimora singolare, che dopo la morte del nonno passò in mani estranee. Così come la ritrovo nel ricordo, rielaborato, d’infanzia, non è un edificio; in me è tutta a pezzi; s’è conservata qui una stanza, e poi un pezzo di corridoio che non collega quelle stanze ma se ne sta da solo, frammento. In questo modo tutto è sparso in me, le stanze, le scalinate che s’aprivano con tanta solennità, e altre scale strette a chiocciola, nella cui oscurità si andava come il sangue nelle vene; le stanze della torre, i balconi sospesi in alto, le altezze inaspettate, sulle quali si era spinti fuori da una piccola porta.: tutto ciò è ancora in me e non cesserà di essere in me. E’ come se l’immagine di quella casa fosse precipitata dentro di me da un’immensa altezza, frantumandosi sul fondo di me.

da I quaderni di Malte Laurids Brigge, Rainer Maria Rilke

Architettura assassinata, 1974 – Aldo Rossi

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Dubbi amletici in Via Boggio

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Il mondo che guarda il mondo

Con piacere vi segnaliamo l’ultima iniziativa dell’associazione culturale BIN11 che presenta una omaggio a Luigi Ghirri, inutile scriverlo, un fotografo da noi molto amato.
Dal 27 aprile all’11 maggio 2012, l’Ass. Culturale bin11 nell’ambito del progetto Di cosa si parla quando si parla di fotografia a cura di Ivan Catalano, presenta un omaggio a Luigi Ghirri articolato in rassegna di arti performative ispirata a un racconto di Italo Calvino:

IL MONDO CHE GUARDA IL MONDO
Variazioni attorno ad un racconto di Italo Calvino:
L’avventura di un fotografo

venerdì 27 aprile | ore 21.00 | bin11 | via Belfiore 22A
Elena Pisu from Grimaco | teatro danza e Rocco Rizzo | voce

giovedì 3 maggio | ore 21.00 | prato Imbarchino | viale Cagni 37 | Parco del Valentino
Stefano Giorgi | pittura istantanea e Andrea D’Agostino | lettura, Luca Giachero | pianoforte e chitarra e Santino Laudari | chitarra

venerdì 11 maggio | ore 21.00 | Libreria Trebisonda | via S. Anselmo 22
Serena Cambareri | lettura

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Archiviato in Fotografia, Ivan Catalano, Segnalazioni

L’esposizione “Roma Interrotta” del 1978

“Nessuna proposta urbanistica, naturalmente, ma una serie di esercizi ginnastici dell’Immaginazione alle parallele della Memoria. Ed è già tanto che si parli di Memoria e non più di Storia”1: con questa premessa lo storico dell’arte e, allora, sindaco di Roma Giulio Carlo Argan, ci introduce alla mostra Roma Interrotta organizzata a nel maggio del 1978 all’interno del ciclo «Incontri internazionali d’arte».
In questa affermazione è espresso con chiarezza lo spirito che alimenta l’esposizione, in cui dodici architetti contemporanei si confrontano con la pianta di Roma disegnata da Giovan Battista Nolli nel 1748: l’aggettivo interrotta fa riferimento all’idea che, successivamente a questa data, si sia smesso di immaginare la città eterna in favore di una progettazione che altro non ha fatto se non mimetizzare il suo particolare genius loci 2; sicuramente prende spunto anche dalla rubrica di «Controspazio» curata da Luciano Pattetta con titolo Architettura interrotta dove venivano presentati progetti di carta e in cui “l’aggettivo designa genericamente una condizione di sospensione, un arresto innaturale, intenzionale o provocato”3.

La pianta disegnata dal Nolli e gli "esercizi dell'immaginazione" della mostra del 1978

Ogni proposta si confronta con due importanti temi quali memoria e immaginazione che permettono di prendere le distanze dalla progettazione e di capovolgerne i termini come spiega ancora  Argan: “Nessun progetto dunque: ma un rovesciamento della Memoria dal passato al futuro, dell’Immaginazione dal futuro al passato”4.
Questi virtuosismi concettuali portano alla luce, involontariamente, alcuni limiti all’interno della mostra che rispecchiano il clima architettonico e culturale alle soglie degli anni Ottanta; l’esposizione romana può, infatti, considerarsi una delle prime espressioni compiute di post-modernismo che sarà il terreno maggiormente praticato dall’architettura  degli anni ottanta e novanta e di cui molti autori partecipanti saranno espressione, seppur con accenti e sensibilità differenti.
Il rifiuto del reale è la tesi che sta dietro alla mostra e i diversi autori accettano di buon grado la cancellazione di più di duecento anni di storia, in favore di un recupero della Roma “amata dagli artisti e dai viaggiatori che nel settecento e nell’ottocento concludevano qui il Grand Tour”5. Leggi l’articolo completo

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L’azzurro del cielo

Sempre mi avevano colpito i quadri di Angelo Morbelli, Il natale dei rimasti, Pio albergo Trivulzio: li osservavo affascinato senza saperli giudicare. Ora mi servivano come mezzi plastici e figurativi per questo progetto. Lo studio delle luci, i grandi fasci di luce che cadono sui banchi dei vecchi, le ombre precise delle forme geometriche dei banchi e della stufa, che sembrano tolte da un manuale di teoria delle ombre. Una luminosità diffusa pervade lo stanzone dove le figure si perdono come in una piazza. Il portare il naturalismo alle sue conseguenza conduce a questa metafisica degli oggetti; cose, corpi di vecchi, luce, un ambiente freddo, tutto è offerto in un’osservazione che sembra lontana. Ma questa lontananza senza commozione è l’aria stessa della morte del pio albergo. Nel progetto di Modena pensa sempre a questo ospizio, e le luci che entrano nel cubo segnado fasce precise nella sezione, sono le luci di queste vetrate. [...] Infatti ora che lo vedo sorgere trovo in questa grande casa dei morti un senso vivo di pietà: proprio come nella romana tomba del fornaio. Questa casa dei morti, che si costruisce con il ritmo stesso della mortalità urbana, ha quindi un tempo legato alla vita come, in fondo, tutte le costruzioni.1

Quelle che seguono sono alcune fotografie realizzate in una  luminosa mattina di maggio durante la mia prima visita al Cimitero di Modena, nessuna nebbia padana ma un cielo azzurro e terso.

1. Aldo Rossi, Autobiografia scientifica, Pratiche Editrice, Milano 1999

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Una strada d’acciaio, 1963. Regia di V. Orsini/Testo di F. Fortini

Chiunque sia passato da Genova almeno una volta l’ha percorsa o quantomeno vi si è riparto sotto, nei suoi scuri meandri che segnano ritmicamente tutto il porto vecchio dell’antica repubblica marinara. Ora, non so esattamente i pensieri di ognuno di questi passanti casuali, fra cui sicuramente il lettore interessato, a riguardo di tale opera così simbolica; posso solo dire che chi ne abbia tratto delle conclusioni negative credo sia stato guidato dalla superficialità e dalla approssimazione, per non usare epiteti maggiormente offensivi, più che dalla curiosità e dall’intelligenza.

Il filmato riportato di seguito testimonia, invece, tutta la poesia che si nasconde dietro a tale opera; non a caso i testi sono del poeta Franco Fortini che, attraverso le sue parole, riesce a cogliere lo stretto rapporto che corre fra l’opera costruita e quella poetica, che credo dovrebbe essere alla base ogni volontà architettonica. Infatti una delle caratteristica della poesia è la sua capacità di farsi simbolo (dal greco σύμβολον ovverosia mettere insieme, riunire in una cosa), la sua capacità di trasformare una serie di parole (elementi) in una sensazione unica, un’immagine sola; dal canto suo l’architettura compie lo stesso vorticoso esercizio riunendo singoli elementi, sia in senso proprio che in senso metaforico, in architettura (poesia).

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bin11 e il progetto “Di cosa si parla quando si parla di fotografia”

L’associazione culturale bin11,che si pone come baluardo a difesa della Fotografia visti i mari tempestosi in cui ultimamente si trova a navigare fra sirene e pirati d’oggi, propone un’interessante progetto che sia in grado di fare della vera cultura fotografica in un ambiente ormai drogato come quello torinese che si muove fra vernissage ed eventi di natura sconosciuta e vaga.

Il progetto, dall’emblematico titolo “Di cosa si parla quando si parla di fotografia”, intende superare il rapporto statico tra osservatore e  opera e, conseguentemente, autore, affrontando la questione fotografica attraverso la conoscenza diretta dei fotografi e di quello che sta dietro al loro scatto: pensieri, musica, parole, ossessioni. Il fotografo, quindi, inteso non come un vate trainato da una ispirazione celeste avvenuta all’improvviso, ma come uomo che vive tutti i giorni la sua passione e indaga, attraverso questa, il rapporto fra  sguardo e ambiente in cui è quotidianamente immerso.

Di seguito riportiamo il comunicato dell’associazione bin11 e il programma degli incontri.

Di cosa si parla quando si parla di fotografia

Il progetto pone l’accento su uno dei nodi più cruciali della fotografia contemporanea. Una strada di non facile percorrenza, ovvero tradurre in parole ciò che l’esperienza del guardare ha dato a colui che l’ha vissuta. La fotografia – attore principale di questa impresa – in compagnia dell’autore, di un interprete o di un semplice passante, tenterà di trasformarsi in un momento corale in cui l’esperienzaemotiva ‘solitaria’ viene trasmessa diventando collettiva.

 Ivan Catalano

1- Isola di Capri, 2002 , 2- Fotografie fatte ascoltando la radio (Vittore Fossati)

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